|
Lähettäjä: It
Päivämäärä: 11.10.26 22:07:28
Tästä voi suomentaa jos oikeesti kiinnostaa :
Ha portato la Finlandia, storicamente neutrale, nella Nato. A dicembre 2019 è diventata la presidente del Consiglio più giovane al mondo. Poco dopo si è trovata in pandemia, e la sua Finlandia fu un modello: poteva contare sulle scorte di materiali medici della Guerra Fredda.
Ma il volto sempre giovane di Sanna Marin, 41 anni a novembre, già ex premier, ex parlamentare, ex moglie, è per molti anche l’icona sconfitta di un ultimo momento di ottimismo della politica progressista: la fine degli anni Dieci, in cui la giovane figlia di due donne povere, socialdemocratica, poteva promettere più welfare ai suoi cittadini «perché possano fare un salto sociale come il mio». E più vita privata: la settimana lavorativa da 32 ore e la privacy per sé e la figlia.
Nell’impresa era gemellata con l’omologa neozelandese Jacinda Ardern, che aveva messo in costituzione la felicità; e con altri giovani e belli al potere negli stessi anni, il canadese Justin Trudeau che aveva promesso sunny ways, modi solari, l’islandese Katrin Jakobsdottir che andava a piedi a comprarsi il gelato, il millennial cileno Gabriel Boric, socialista, al governo con la nipote di Salvador Allende. Ardern ha lasciato in burnout; Trudeau è stato travolto dal costo della vita e dalla sfiducia dei suoi. Tutti rottamati dall’epoca: dalla guerra, dalle economie in crisi, dalle nuove destre; l’ultimo chiude la porta ed è Pedro Sánchez, che si è dimesso una settimana fa.
Sanna Marin ha perso le elezioni del 2023 anche per una serie di serate danzanti con il marito e gli amici, finite sui tabloid pochi mesi prima. Vestiti succinti, mossette, tasso alcolico forse alto. Per mesi non si parlò d’altro. Da allora ha lasciato la politica domestica: è consigliera strategica del Tony Blair Institute for Global Change e nel board della Yalta European Strategy. È davvero finita un’epoca? «Non è che il diritto al tempo libero sia un tema meno politico di prima», spiega, al telefono. «Ma il mondo è diventato un posto talmente più brutto, che l’attenzione si è spostata da queste rivendicazioni. Per me però è stato importante dire che si può essere se stessi».
Sugli anni da premier, Marin ha scritto ora un memoir, Il coraggio di fare (Roi edizioni). Si dice che l’editore avrebbe voluto intitolarlo Party Girl.
«Ma di questi cosiddetti scandali si è parlato fin troppo. Mi hanno criticata per la giacca che indossavo su Vogue, troppo sexy, per le mie colazioni, troppo costose, per due serate nei club. Io penso di aver fatto vendere molti giornali, e che se fossi stata un uomo, è trito dirlo, dopo due giorni si sarebbe parlato d’altro. Tuttora lavoro su dossier di peso, e siamo sempre a parlare delle mie serate».
Il libro è una resa dei conti?
«No, penso fosse un atto dovuto. Ho preso decisioni storiche dietro porte chiuse, le ho volute aprire».
Nel 2023 ha perso le elezioni, divorziato, lasciato il seggio da deputata. Come Ardern, ha avuto un burnout?
«No. Ma guidare un governo, in questi anni soprattutto, usura te e le tue relazioni. Io lavoravo sempre e tornavo a casa così stanca, spesso non potevo dire a mio marito le cose che facevo perché erano segreti di Stato, mi sentivo sola. E triste di non essere mai con mia figlia Emma. Con gli adulti puoi recuperare, ma i figli sono piccoli solo quando sono piccoli. Penso di aver voluto riprendere la mia vita».
Come si trova in questo modo non governativo, internazionale di fare politica?
«Incontro persone da ogni settore, privato e pubblico, ed è interessante. Penso che i politici dovrebbero sapere di più di molti temi».
Tornerebbe in politica?
«Mi sembra improbabile rifare una campagna elettorale. Mi metterei a servizio in caso di emergenza. Per dire, se la Russia ci attaccasse».
Lo reputa probabile?
«Non siamo ingenui. La Russia ha già attaccato una nazione sovrana, si sta armando. Putin è molto chiaro, rimpiange la grande Russia e vuole rifarla. Non crederei per un secondo che non stiano pianificando di aggredire l’Europa più largamente, e presto. E voglio ricordare che esistono le verità spiacevoli: nessuno è sicuro. Noi finlandesi, baltici, polacchi, siamo in prima linea, e sentiamo le minacce. Voi che siete lontani dal confine, pensate che i droni vi possano risparmiare? Mosca può farvi molto male senza mandarvi un soldato».
Che tipo di azioni preventive dovremmo intraprendere?
«L’Ucraina ha mezzi militari adeguati, l’Europa no. Vanno modernizzati gli eserciti, con sistemi di droni e veicoli non pilotati. E ogni volta che la Russia manda un caccia nel nostro spazio aereo, abbatterlo. Ai droni, come a Lipsia, ai cyberattacchi, rispondere. Se sembriamo accondiscendenti andrà peggio».
Lei è consigliera al Tony Blair Institute per l’allargamento Ue all’Ucraina e alla Moldova. Che ostacoli vede?
«Questi Paesi devono adeguarsi ai criteri di anticorruzione, di Stato di diritto, economici. Non sta alla Ue andar loro incontro, ma ai loro cittadini pretenderlo. Sarebbe nocivo dar loro scorciatoie, anche umanitarie».
Anche la concorrenza del settore agricolo è un tema.
«L’Ucraina rischia di invadere la Ue con prodotti agricoli a basso costo: è un elefante nella stanza per alcuni membri, come Polonia e Francia, e sono felice che la commissaria all’Allargamento, Marta Kos, lo abbia preso di petto, sottraendolo alla retorica populista. Ha detto che se entreranno nella Ue, per 15 anni saranno fuori dal mercato agricolo unico. Per me questi popoli, che ci difendono dalla Russia, hanno detto chiaramente di voler essere europei, e dobbiamo aprir loro le porte, senza alibi politici».
|